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Anteprima di Trials of Mana

Sbagliando s’impara: sembra essere questo il motto del nuovo remake di Seiken Densetsu targato Square Enix, software house che mai come in questa fase storica dimostra di aver imparato a rialzarsi anche di fronte a clamorosi capitomboli qualitativi. Ripercorriamo insieme, dunque, i passi che ci hanno portati fino a qui, ora.

Dalle origini al presente

Breve, altalenante, ma tutto sommato intensa, la serie di Seiken Densetsu sbarca per la prima volta sul Game Boy nel 1991 per poi approdare con i suoi capitoli più fortunati e popolari su SNES un paio di anni dopo. Action RPG in perfetto stile fantasy, Seiken Densetsu si presenta subito al grande pubblico come un titolo innovativo e precursore di molteplici modelli (primo tra tutti il multiplayer) che avrebbero caratterizzato il mercato videoludico di lì a una decina di anni. Curiosamente, nonostante il discreto successo dei primi due capitoli pubblicati in occidente, rispettivamente con il titolo di “Final Fantasy Adventure” e “Secret of Mana”, il terzo resterà confinato nelle terre del Sol Levante, venendo privato, a differenza dei suoi sempre meno fortunati successori, di una qualsiasi forma di porting e/o localizzazione (almeno fino all’uscita di Collection of Mana. N.d.r). Non per dolo né per colpa, si potrebbe puntualizzare, in quanto tra i vari titoli di questa piccola saga Seiken Densetsu 3 è certamente stato il più completo e avveniristico: sul piatto il team di sviluppo metteva, infatti, una trama dinamica che variava a seconda del team scelto all’inizio della partita tra un roster di sei eroi, una splendida pixel art al culmine della sua maturità artistica, un ciclo giorno-notte occasionalmente funzionale persino al gameplay, una giocabilità ben bilanciata, uno straordinario livello di customizzazione del personaggio, tra punti stat da amministrare a piacimento ogni level up e ben sei classi diverse di matrice evoluzionistica oltre che una modalità multigiocatore avvincente e immersiva.

In onore del venticinquesimo anniversario della serie, Square Enix decide di riportare in auge la serie, prima con un nostalgico porting (Collection of Mana), poi con dei remake. Con del materiale originale così valido le aspettative del pubblico erano, inutile dirlo, piuttosto alte. Qualcosa, tuttavia, va storto: evidentemente incapace di riconoscere e valorizzare quelli che erano stati i punti di forza della versione classica, la nuova veste di Secret of Mana non convince quasi nessuno. Con un comparto tecnico assimilabile ad un mobile game, una OST riadattata in modo certamente poco ispirato e una generale piattezza nella sua esecuzione, il team di sviluppo dà alla luce un prodotto che nulla di nuovo ha da offrire rispetto all’ancora appagante esperienza su Super Famicom.

Lo stato dell’arte

Trials of Mana non grida al capolavoro – soprattutto considerando che dovrà spartirsi il mese di Aprile con un mostro sacro come Final Fantasy 7 remake; appare subito chiaro, tuttavia, che questo titolo non avanza pretese di gloria inaspettata, ma vuole provare semplicemente a fare qualcosa che alcuni sviluppatori a volte non tengono nemmeno in considerazione: provare a rimediare agli errori del passato con serietà e dedizione.

Ne nasce, dunque, un titolo che nei trailer risulta inaspettatamente interessante e che nel giocato funziona pure meglio; un titolo per il quale, in definitiva, vale finalmente la pena di aspettare.


Il provato

Grafica

Trials of Mana è il risultato di una armoniosa comunione di intenti: che le cose funzionino ce ne accorgiamo già da una fugace occhiata alla sua veste grafica.

Con una direzione artistica che strizza un po’ l’occhio allo stile dei più recenti Dragon Quest e dei modelli che sanno essere coerenti con il character design fresco e vivace di Koichi Ishii, questo nuovo remake sembra essere finalmente capace di partire con il piede giusto.

La telecamera si stacca dall’inquadratura a volo di uccello liberando la visuale da buona parte delle sue precedenti costrizioni, permettendo così al giocatore di apprezzare il mondo vibrante e squisitamente fantasy che gli si dipana intorno.

Anche se il gioco non fa un larghissimo uso di texture, le ambientazioni sono fedeli all’atmosfera della versione classica, curati con una discreta dovizia nei dettagli. Di particolare pregio sono indubbiamente gli effetti di luce, non solo all’interno dei paesaggi, ma anche su alcuni oggetti come, ad esempio, i cristalli magici di Altena.

I personaggi in-game assumono uno spessore sia grafico che concettuale grazie a un uso oculato di nuovi dettagli nei loro outfit e a un set di animazioni ed espressioni facciali in linea con le personalità di ciascuno di essi.

La telecamera diviene, inoltre, più cinematografica contribuendo, in tal modo, a creare un’esperienza maggiormente immersiva per il giocatore.

L’unica vera critica che va mossa, almeno per ciò che concerne il provato della demo, si trova nella alquanto bizzarra tendenza del gioco di caricare le texture dei personaggi una frazione di secondo dopo l’apparizione degli stessi, creando nell’utente una sensazione destabilizzante e l’impressione, per l’appunto, di trovarsi di fronte a un prodotto ancora in fase di sviluppo.

Trama

La trama di Seiken Densetsu 3 non gridava certo al miracolo: era piuttosto breve e caratterizzata da una parte centrale non sempre all’altezza delle aspettative. Ciò, però, che la rendeva diversa da tutte le altre, era l’interessante peculiarità di strutturarsi su di un roster sempre diverso di eroi selezionato non dalla storia stessa, ma dall’utente.

Sebbene non si trattasse mai di sconvolgimenti narrativi, il giocatore era naturalmente portato a sperimentare differenti combinazioni di personaggi.

Consci di questo punto di forza, gli sviluppatori hanno preservato tale caratteristica, puntando molto sulle interazioni, valorizzandole e potenziandole rispetto alla versione SNES con risultati, secondo molti, persino superiori a quelli ottenuti da un main concept molto similare come quello di Octopath Traveler.

La storia di Trials of Mana non ha certo la pretesa di essere particolarmente innovativa, né si sforza mai di esserlo (almeno da ciò che risulta dalle prime ore di gioco): si preferisce seguire, piuttosto, gli schemi squisitamente classici del fantasy anni ‘90 con cavalieri, vendette, magie, artefatti antichi, fate e un mondo ricco di avventure e di mistero.

La speranza più grande è che questo titolo riesca a sostenere, con le giuste decisioni registiche e anche con un rimaneggiamento del materiale originale, la parte centrale della trama, ovvero quella che in Seiken Densetsu 3 soffriva di maggiore fragilità e ripetitività.

Gameplay

Più di ogni altro aspetto del gioco, il gameplay di Trials of Mana presenta diversi elementi di novità rispetto al classico per SNES. Abbandonata, con sommo dispiacere di chi scrive, la modalità multiplayer, il team di sviluppo sembra aver preferito focalizzarsi sul consolidamento di quelle che furono le caratteristiche più rilevanti della versione originale: battle system coinvolgente, customizzazione del personaggio attraverso la gestione delle sue caratteristiche, oltre all’implementazione di controlli tutto sommato intuitivi.

Il titolo, nella sua veste remake, gode anche di una discreta accessibilità grazie alla presenza di waymark orientativi sia sulla mappa generale che sulla minimap.

Occasionalmente si ha come l’impressione che i movimenti risultino un po’ rigidi, ma nulla che ne infici sul serio la giocabilità.

Sonoro

Se la grafica è il fondamento di un mondo videoludico, la sua OST ne costituisce senza ombra di dubbio la sua anima. Se con Secret of Mana Remake la Square Enix aveva optato per delle scelte stilistiche al limite del discutibile, in questo titolo l’approccio espressivo segue ben altri criteri: rinnovata, ma senza mai essere stravolta nei suoi ritmi e nelle sue melodie, la colonna sonora di Trials of Mana ripercorre quella musicalità che tanto si era fatta apprezzare del pubblico degli anni ‘90.

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